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Disperazione, Dolore, Dramma, Eros, Figlio, Incesto, Letteratura, Madre, Perversione, Racconto, Romanzo, Romanzo a puntate, Sesso, Tragedia
01 venerdì giu 2012
Posted in Erotica, Letteratura, Trilogia dell'incesto, Una madre che fa male
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31 giovedì mag 2012
Posted in Letteratura, Racconto breve
La guardavo tutte le volte che potevo. Guardavo la finezza dei suoi lineamenti, la delicatezza del viso, il naso sottile e lo sguardo languido. Ero ammirato dai piccoli ricci castani che ricadevano morbidi sulle tempie, mentre il suo viso era teneramente reclinato in avanti, un po’ di traverso, a conferirle quell’espressione distaccata di nostalgica riflessione. Le piccole labbra rosse, appena dischiuse, invitavano ad un leggero bacio innamorato. Quella posa composta, con le lunghe gambe scoperte appena sopra il ginocchio, sfuggite ai lembi di una sensuale vestaglia, di quelle che non si fanno più; e poi ancora, le infinite pieghe della stoffa che ricadevano verso il basso, avvolgendo e dando forma al corpo dalla vita sottile; e le spalle, magre, bianche, sottili, anch’esse libere dall’ingombro delle vesti che poi riprendevano a coprirla, dopo un’ampia scollatura: tutto, con armoniosa perfezione, serviva a creare un’immagine morbida, ovattata e dai contorni sfumati.
Fissavo estasiato l’incredibile lunghezza delle dita affusolate, che si dipartivano da strette mani eburnee e ancor più fini polsi. Lei era tutto questo, ma anche di più, quel di più che non è esprimibile, che vibra dentro, nei recessi più segreti dell’anima. Una nota misteriosa, ora potente ora quasi impercettibile; quella piccola vibrazione infinita che percorre l’anima intera, intrufolandosi in ogni meandro, spandendosi e crescendo proprio lì dove l’incavo si fa cassa di risonanza. Guardarla significava questo. Era l’esplodere delle sensazioni, l’esaltarsi dei sensi, il gonfiarsi del cuore fino ad avere l’affanno. Il mio sguardo l’accarezzava delicatamente, temendo quasi di risultarle inopportuno. Il mio pensiero l’abbracciava e l’inviluppava in sé, per potersene impossessare definitivamente.
E poi c’era quell’atmosfera di tempi passati; lo sgabello da toeletta su cui era seduta, il piccolo specchio, gli oggetti. Tutto era così irreale e fantastico che temevo potesse svanire al primo proferir di parola; e allora stavo zitto nella mia contemplazione, preso dal Bello, quasi spiandola di nascosto, ebbro di piacere. Trattenevo a stento il desiderio di toccarla, di sfiorarla col mio dito impuro, lei bellezza senza tempo e senza età.
Nulla doveva rompere l’incantesimo. Quella visione non doveva aver fine. Mai! Era tutto per me. Ne ero innamorato come mai mi era capitato in tutta la vita. Nessuna donna poteva eguagliarla, nessuna era paragonabile a lei, creatura sublime. Per quale donna avrei potuto provare simili emozioni? Quale essere umano avrebbe potuto darmi così tanto senza neppure bisogno di compiere un gesto, senza nemmeno un respiro? Lei invece era lì proprio per questo; fatta apposta per suscitare tali emozioni, senza chiedere nulla in cambio, puro oggetto di contemplazione estetica, piccola statua in porcellana di Capodimonte posata sopra un tavolino dorato, nella stanza d’ingresso.
(12 giugno 1996)
23 mercoledì mag 2012
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22 martedì mag 2012
Posted in Letteratura, Racconto breve
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Letteratura, Narrativa, Racconto breve, Amore, Racconto, Telefonata, Uscita, Cinema, Palazzo del ghiaccio, Pattinaggio, Ragazzi
Un tempo piovoso e tanta noia erano la combinazione vincente di quel pomeriggio. La voglia di lavorare o fare altro era veramente nulla. Il rumore delle ruote delle automobili sull’asfalto bagnato rendeva l’atmosfera ancora più pesante. Marina era appena rientrata a casa, dopo una giornata di studio che le aveva tolto tutte le energie, per di più era molto affamata. Non c’era nient’altro che la potesse interessare in quel momento, all’infuori del cibo. Voleva rilassarsi e rifocillarsi al più presto.
Aprì il frigorifero nella speranza di trovare qualcosa di appetitoso, ma sfortunatamente erano rimaste le solite e banali cose che mangiava sempre e che le servivano da tappabuchi prima dei pasti. Non era una prospettiva allettante, però la fame era insostenibile. Aveva appena incominciato a mangiare quando squillò il telefono. Sperò fortemente che non fosse per lei. In quel mentre entrò in cucina sua madre per comunicarle che era desiderata al telefono. Chi era mai lo scocciatore che osava interrompere il suo relax?
Era ancora lui, sempre lui: l’inopportuno, come era solita chiamarlo. Forse sarebbe stato meglio fargli dire che non era ancora rientrata, purtroppo era troppo tardi, sua sorella Manuela aveva già detto che c’era; non esisteva più via di scampo. Lasciare quel cibo nel piatto e attaccarsi al telefono per un tempo indeterminato, con una persona di quel genere: no, mai! Rapidamente prese la cornetta e disse all’inopportuno che l’avrebbe richiamato più tardi. Ora poteva dedicarsi completamente al suo spuntino. L’atmosfera, però, era irrimediabilmente rovinata. Una specie di fluido negativo era penetrato in lei.
Ingoiò il cibo senza quasi accorgersene ed andò al telefono. Si soffermò un istante a pensare se fosse il caso di far finta di essersene dimenticata, o magari inventare una scusa, un impegno improvviso, oppure dire che suo padre stava aspettando una telefonata urgente. Sarebbe stato molto più pratico ed avrebbe evitato di doversi sorbire le fesserie di quell’individuo.
Non era ancora riuscita ad inquadrarlo; lo conosceva da un paio di settimane, troppo poco per dare una valutazione obiettiva. Si erano visti in due o tre occasioni e lui le aveva telefonato più volte. Non era malaccio, purtroppo dava l’impressione di essere alquanto appiccicoso, cosa che la irritava, lei spirito libero e ribelle. Forse l’inopportuno era insistente soltanto perché lei lo interessava e temeva di stringere un pugno d’acqua. Non era diplomatico, amava parlare francamente e non usava quasi mai giochi di parole. Forse non era neppure abile nel capire i sottintesi e ricercava la chiarezza che dissipa ogni dubbio. Però quel suo insistere… le ricordava vagamente sua sorella.
Tra questi pensieri aveva composto il numero di telefono. Sentiva il segnale di libero e sperava che nessuno rispondesse; era ancora in tempo per metter giù prima che lui alzasse il ricevitore. No, sarebbe stato troppo scorretto e fuori dal suo stile: gli aveva promesso che avrebbe telefonato e così doveva fare.
Marina, sentendo il tono di voce tranquillo e spensierato dell’inopportuno, si domandò il perché di tutti quei pensieri negativi di poco prima. A pensarci bene, lui poteva risultare simpatico; bisognava accettare qualche piccolo difetto, non era molto grave, specialmente perché si rendeva conto di non essere scevra da pecche.
Si sentì in dovere di scusarsi per la freddezza di prima, aveva reagito spontaneamente, seguendo un impulso, senza riflettere, poiché era stata interrotta e faceva sempre così in casi analoghi. Lui non se ne era avuto a male, aveva capito e si era quasi dispiaciuto per non essere stato lui ad anticiparla. Su questi presupposti la conversazione poteva procedere nel migliore dei modi. Così fu per alcuni minuti, fintantoché non le propose di uscire, quella sera stessa, per andare a pattinare sul ghiaccio. Era troppo: l’ultima cosa che avrebbe voluto fare. Era stanca ed odiava il palazzo del ghiaccio. Perché doveva sottoporre i suoi piedi delicati ad una tortura come quella di infilarli in un paio di pattini rigidissimi, che davano la sensazione che le lame fossero direttamente avvitate sulla carne?
Lui insisteva, cercando di assumere un tono autoritario, ma con risultati pessimi; non era abile come lei nel prendere posizioni. Rivelava la sua timidezza di carattere. Non l’avrebbe spuntata con lei. Più insisteva, più Marina si ostinava nel rifiutare. Stava divenendo una questione di puntiglio, il suo orgoglio di donna non le permetteva di sottostare ad un’imposizione da parte di un uomo. Le piaceva giocare al gatto col topo.
Per alcuni istanti il dialogo venne deviato su altri argomenti: si era messa a descrivergli il contenuto del suo portafogli, argomento assai interessante, ed era un onore che concedeva a pochi eletti. Così facendo, era lei a parlare, costringendo il disgraziato al silenzio. L’inopportuno tentò di riprendere l’argomento che gli stava a cuore, con meno convinzione di prima, quasi rassegnato. Non si rendeva conto che sbagliava nell’agire a quella maniera, perché dava l’idea che l’interesse a che Marina uscisse con lui fosse superiore a quanto lui stesso non pensasse. Se rifiutava, tanto peggio per lei; la serata sarebbe stata ugualmente divertente.
Era troppo ingenuo per fare simili ragionamenti. Tante volte gli amici avevano cercato di fargli capire che le donne amano prendersi gioco degli uomini, adorano farsi desiderare. Anche quando sono adulte, giocano come le ragazzine; se sono ancora ragazzine, è un disastro. Lui non sapeva stare al gioco, era fatto così! Preferiva la chiarezza, la semplicità. Sopportava tutto, anche se sapeva quando era il caso di porre un limite invalicabile.
Nel caso specifico, accettò il rifiuto di Marina, senza aversene a male. Lei gli aveva dato l’impressione di essere una ragazzina capricciosa, che si approfitta del fatto di essere simpatica e carina, per fare i propri comodi. Allora parlarono di altro e trovarono anche un compromesso per uscire insieme: sarebbero andati al cinema. Avrebbe telefonato lei per confermare quell’uscita, oppure avrebbe atteso che la chiamata di lui e alla fine si sarebbe tirata indietro? E lui, nel caso che Marina non si fosse fatta sentire, l’avrebbe cercata o avrebbe lasciato cadere la questione? Se lei avesse rifiutato, lui come si sarebbe comportato per il futuro, una volta resosi conto di quanto «ragazzina» fosse?
Erano domande che non trovavano risposta, soltanto il tempo avrebbe dato la soluzione. Era fatta così: non si poteva contare su di lei. O la si accettava per quello che era, oppure era meglio lasciarla perdere.
Marina intanto, dopo quella telefonata, non si sentiva più tanto stanca. Avrebbe potuto richiamarlo e dirgli che, adesso, era disposta ad accettare il suo invito per andare a pattinare, ma non lo fece, bensì telefonò ad alcune persone di sua conoscenza e passò una divertente serata in discoteca.
(1990)
16 mercoledì mag 2012
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15 martedì mag 2012
Posted in Letteratura, Racconto breve
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Amore, fotografia, Fototessera, Letteratura, Marina, Narrativa, Novella, Racconto, Racconto breve, Ragazza, Università
Entrò un giorno. Era sabato pomeriggio ed io stavo lavorando. Disse che aveva bisogno di alcune foto per tessera. La guardai: era una ragazza molto giovane, anzi dimostrava meno della sua età. Non le prestai molta attenzione anche perché ero di pessimo umore, quindi mi concentrai solo su quel che avevo da fare: delle fotografie che fossero il più possibile come la cliente le desiderava. La feci accomodare nella piccola sala di posa, dove vi erano soltanto la macchina fotografica, un paio di flash ed un grande specchio ovale. Ella disse di voler restare seria per la posa, ma subito si mise a ridere ed io replicai con non so quale frase stupida.
Trascorsero alcuni minuti ed eravamo ancora a ridere, mentre lei cercava vanamente di assumere un’espressione “da fotografia”. Finalmente scattai. Allora passammo in quello che era il negozio vero e proprio, ponendoci ai due lati opposti del bancone, nell’attesa di vedere l’esito di quell’istantanea: aveva socchiuso gli occhi e ricordava vagamente l’aspetto di una persona che si sia appena drogata. La foto non era come né lei né io avremmo voluto.
Tra le risatine stupide di entrambi, decidemmo di ripetere il tentativo: un altro scatto. Questa volta aveva voluto assumere un’espressione sorridente, a mio parere molto forzata. Le sue labbra si erano tese all’inverosimile, come cercando di raggiungere le orecchie; la ragazza aveva emesso un suono che avrebbe dovuto somigliare al “chease” degli inglesi, ma che era suonato simile ad un raglio. Avevo tentato di dissuaderla da una simile impostazione: tutto inutile; era rimasta ferma nella propria convinzione. Il risultato fu più catastrofico del precedente; lo avevo già previsto e non mi ero sbagliato. Volle fare il terzo tentativo: le concedetti anche questo.
Tra una posa e l’altra avevamo scambiato alcune parole, cosa assai insolita per una persona chiusa e scontrosa come me, ma forse era lei ad ispirarmi fiducia. Venni a sapere che desiderava diventare un magistrato. Era una grande ambizione e la strada non era affatto facile, ma per lei era ancora più lunga, poiché doveva ancora iniziare gli studi universitari. Si trattava semplicemente di una matricola, ovvero un numero fra tanti iscritti ogni anno alla facoltà di giurisprudenza. Chissà se sarebbe arrivata fino in fondo o si sarebbe persa per strada, come accadeva a tanti altri.
Intanto la fotografia era pronta. L’ultimo tentativo aveva portato a dei risultati accettabili. Sicuramente lei era stata una tra i clienti più difficili che mi fossero mai capitati nella mia carriera di fotografo part-time.
Altri avventori erano sopraggiunti e li avevo serviti, lasciando un po’ in disparte quella ragazza, che attendeva pazientemente e non sembrava avere alcuna fretta di andarsene. Ogni tanto scambiavamo qualche frase; così, in breve, ci conoscemmo. Non era poi gran cosa, perché si limitava ad una forma superficiale di conoscenza, ma era un inizio. Si chiamava Marina, era molto simpatica ed espansiva. Non condividevamo gli stessi punti di vista su svariati argomenti, però non era preoccupante, anzi: trovo che sia un fattore positivo poter dialogare con chi pensa diversamente da te. Discorrere con una ragazza con un simile carattere, cioè l’opposto del mio, aiuta ad analizzare i pensieri. Era molto socievole, suppongo anche ottimista, ma fortemente autoritaria; insomma, diversa dalle persone che frequentavo abitualmente. C’era in lei una particolare vitalità che mi colpiva e attraeva. Oltre a ciò, mi faceva piacere conoscere una persona nuova.
Gli estranei rappresentano un immenso e sconosciuto mondo, un’esistenza diversa, un passato da scoprire ed un presente che non è il nostro. E’ positivo aver modo di imparare a guardare la realtà che ci vive accanto e che spesso abbiamo ignorato per troppa superficialità, fa sentire più forte la nostra natura di esseri sociali.
Dalle parole di Marina scoprivo una parte della sua vita; era quella che galleggiava, ma ogni tanto affiorava anche qualcosa dalla profondità: piccoli frammenti che andavano colti al volo ed interpretati perché non erano mai del tutto manifesti.
Il tempo passava e lei continuava a rimanere con me, attendendo ogni volta che terminassi la mia occupazione per poi riprendere a parlare. Il carattere deciso di Marina non tardò a manifestarsi ed in pochi minuti ella era riuscita ad impossessarsi di me e del negozio, tanto che i ruoli furono invertiti: lei dietro il bancone ed io di fronte a lei. Le spiegai come si usava la fotocopiatrice e subito si mise ad usarla correttamente, aiutandomi nei momenti di intenso lavoro.
Era una ragazza pericolosa: avrebbe potuto avere un forte ascendente sulla mia persona; dovevo fare molta attenzione, altrimenti sarei stato soggiogato dal suo magnetismo. Per di più, era molto carina ed attraente: i suoi capelli castani erano più lunghi nella parte destra che in quella sinistra, cosicché il taglio risultava un insolito caschetto obliquo. Gli occhi, anch’essi castani, erano ridenti e le morbide guance le si sollevavano ogni volta che sorrideva. Non era particolarmente alta, ma risultava assai proporzionata, con le gambe sottili ed i fianchi stretti. La figura molto aggraziata e l’abbigliamento moderno ma sobrio esaltavano le forme tipicamente femminili: i seni trasparivano nei contorni dal maglioncino attillato; le mani erano piccole, con le unghie corte. Nel suo modo di fare non lasciava spazio agli altri, ogni sua parola era un imperativo a cui era difficile sottrarsi, ma anche questo aspetto del suo carattere risultava avvincente.
In compagnia di Marina il tempo fuggì veloce e venne l’orario della chiusura. Mi offrii di accompagnarla a casa con la mia automobile, ma ella rifiutò. Quando però le nostre strade avrebbero dovuto dividersi, lei mi persuase a proseguire a piedi nella sua direzione, così andò che l’accompagnai fin sotto la porta di casa sua.
L’avrei più rivista in futuro o finiva lì? Desideravo rivederla e glielo dissi; poi le chiesi il suo numero di telefono e lo ottenni senza difficoltà.
Nei giorni seguenti mi capitò di pensare ancora a lei, ma non mi risolvevo a telefonarle; alla fine mi decisi e la chiamai. Attraverso l’apparecchio telefonico la sua voce risultava sicura e persino sensuale. Fu una telefonata lunga, che però si dovette interrompere perché ella era in ritardo ad un appuntamento. Le chiesi se nei giorni seguenti avrebbe voluto uscire con me, ma non ottenni una risposta definitiva, soltanto la promessa che mi avrebbe richiamato. Naturalmente non mi aspettavo che realmente Marina mi ritelefonasse: le donne mantengono raramente impegni di questo genere e nemmeno questa volta mi sarei sbagliato.
Una tale conclusione è abbastanza logica, in quanto le donne in questa e forse in altre epoche, hanno l’idea fissa che gli uomini le invitino esclusivamente per un fine determinato in partenza, allora stanno sulla difensiva e si chiudono nella loro corazza. Non posso dire che questi fossero anche i pensieri di Marina, ma neppure lo escludo. Sta di fatto che in quei giorni uscii frequentemente con i miei amici, ma non con lei. Avevamo comunque una specie di appuntamento, ci saremmo rivisti in università.
Il giorno dell’incontro mi trovavo già nei paraggi perché avevo altre faccende da sbrigare ma, all’ora stabilita, mi trovai nel luogo convenuto: di Marina non v’era traccia. Non disperai perché lei stessa, mi aveva confessato di essere sempre in ritardo agli appuntamenti importanti. Aspettai ancora e quando stavo per andarmene, una sagoma a me nota mi sfrecciò di fianco, oltrepassandomi. Ero quasi incerto se si trattasse di lei; la seguii. Ci volle qualche minuto prima che si accorgesse della mia presenza.
Facemmo un certo tratto di strada insieme, discorrendo di tanti argomenti. Non so se fossero i discorsi oppure il suo charme, ma finii col trovarmi oltre il punto in cui avrei dovuto separarmi da Marina e dirigermi verso casa mia. C’erano alcune questioni che mi sarebbe piaciuto affrontare ed approfondire, ma il suo tram stava sopraggiungendo, quindi ne fui impedito. La lasciai dicendole che ci saremmo risentiti presto; preferii precisarle che, questa volta, sarei stato io a chiamare lei: non la ritenevo affidabile circa questo genere di impegni.
Le ragazze molto giovani sono tanto strane, non sai mai come devi comportarti con loro, sono sempre ambigue ed inafferrabili, ti sfuggono di continuo.
Mi ritrovai nel solito negozio a lavorare; ancora una volta era sabato. Mi domandai se Marina sarebbe capitata nuovamente. Ero sicuro che non si sarebbe fatta vedere, quel pomeriggio; era una mossa fin troppo prevedibile, anche da parte di una come lei. Forse le avrei telefonato nei giorni seguenti…
(1990)
09 mercoledì mag 2012
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07 lunedì mag 2012
Posted in I racconti della morte, Letteratura, Racconto breve
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Amore, Fidanzati., Infarto, Innamorati, Letteratura, Malattia, morte, Parco, Racconto, Racconto breve, Scherzo, Silvia
In un’assolata domenica di maggio, come tantissime altre coppie di giovani innamorati, anche Paolo e Silvia erano andati a passeggiare nel parco della loro città. I due si conoscevano da circa un anno e si amavano moltissimo; lei era una ragazza molto dolce e sensibile, mentre lui era un carattere vivace ma assai piacevole. Il loro era stato un amore a prima vista, durante una festa in casa di un amico comune; da allora non avevano smesso di amarsi come il primo giorno. Entrambi erano ancora giovani, circa una ventina di anni, studenti universitari pieni di speranze per il futuro: dopo la laurea si sarebbero sposati, avrebbero formato una bella e felice famiglia, con tanti bambini, una grande casa e così sarebbero invecchiati serenamente.
Abbracciati stretti, camminavano lentamente, godendosi il caldo sole ed il cielo azzurro. La gioia di vivere scorreva nelle loro vene facendoli palpitare. Silvia si lasciava andare tra le braccia del suo ragazzo, orgogliosa di avere al proprio fianco una persona che tanto l’amava e che si prendeva cura di lei, cura che ricambiava in mille maniere. Formavano proprio una bella coppia; a vederli così spensierati, paghi semplicemente dell’affetto che nutrivano reciprocamente e carichi di sogni, facevano una gran tenerezza. Sembrava che le brutture della vita non potessero scalfirli minimamente.
Presso un pioppo frondoso, i due si sedettero su una panchina per chiacchierare e scambiarsi effusioni. Paolo aveva reclinato la testa e si era lasciato andare sulle ginocchia di Silvia, che gli carezzava i capelli come a un bambino. Sopra di loro, l’azzurro cielo era mascherato dal fitto fogliame che oscillava lentamente, cullato da un lieve soffio di vento. Qualche uccellino saltellava da un ramo all’altro, invisibile all’occhio distratto del giovane, che non pensava ad altro che alla sua amata. Si sentivano bene, non v’era alcun problema che li potesse turbare. Era un giorno festivo e loro avevano deciso di sfruttarlo fino in fondo, concordando di non parlare di scuola o di altri argomenti impegnativi, solo temi ameni, solo sentimento e passione. La domenica era l’unico giorno della settimana che potevano dedicare veramente a loro stessi, quindi era logico che non volessero alcuna interferenza.
Così rilassati, si misero a chiacchierare del più e del meno, finché le condizioni non furono tali da distendere talmente Paolo che finì per addormentarsi in grembo a Silvia, che lo guardava con occhi materni, sebbene fosse più giovane di lui. Al suo risveglio, anche la ragazza era assopita e non la volle disturbare, ma gli venne in mente uno scherzo assai stupido, per cui rimase immobile, con gli occhi socchiusi. Dopo poco Silvia si destò e lo volle svegliare, ma lui finse di non sentire, allora lei insistette, senza ottenere alcun risultato. Paolo rimaneva immobile, col corpo completamente rilassato, il respiro lento; non una contrazione muscolare. Ella lo scosse un paio di volte. Nessuna reazione.
“Dai, non fare lo scemo – disse con tono allegro – Lo so che stai fingendo di dormire”.
Paolo intanto era deciso nel proseguire la sua recita nel migliore dei modi, anche se gli prudeva un braccio ed una ciocca di capelli gli solleticava il naso. Da una fessurina attraverso le palpebre riusciva a guardare il volto di Silvia, che rideva con la sua piccola bocca rosa.
“Allora, ti vuoi svegliare? Sei veramente antipatico quando fai così! Se non ti alzi immediatamente, ti butto giù dalla panchina” e fece finta di farlo scivolare; ma egli non reagì minimamente. Dentro di sé Paolo era soddisfatto, non tanto dello scherzo, che in sostanza era veramente puerile, quanto della bravura con cui riusciva a restare impassibile alle sollecitazioni della ragazza; sentiva che il suo corpo non rispondeva neanche istintivamente, era completamente rilassato. Decise che avrebbe continuato ancora per qualche minuto: avrebbe resistito a qualunque costo.
“So io come farti alzare immediatamente: ti farò il solletico. E’ certo che non resisterai; è il tuo punto debole”.
Ora stava per finire tutto: Paolo era troppo sensibile a tale tortura, sarebbe bastato sentire avvicinarsi le dita di Silvia per mettersi a ridere; comunque avrebbe provato a resistere almeno per qualche secondo. Grande fu la sorpresa quando constatò che non reagiva neppure al solletico che Silvia gli stava facendo sotto le ascelle e sui fianchi; non credeva a se stesso. Intanto lei iniziava a stancarsi e alla fine mantenne la promessa e lo fece rotolare a terra. Egli cadde come un sacco e rimase ancora immobile sul terreno, con la faccia rivolta al cielo e gli occhi aperti. Questo fece spaventare la giovane, che emise un grido ed attirò l’attenzione di altri frequentatori del parco, che prontamente accorsero. Paolo allora decise che era il momento di terminare lo scherzo, magari in forma plateale, alzandosi di scatto e urlando a sua volta. Su Silvia certamente l’effetto sarebbe stato di terrore e lo scherzo avrebbe avuto pieno successo.
Fece per alzarsi ma non vi riuscì, sentiva che i suoi muscoli avevano ricevuto l’impulso, ma non vedeva alcuna reazione; ritentò. Ancora lo stesso risultato. Che storia era questa? Provò a muovere una mano. Era sicuro che la mano si fosse mossa ed invece non era stato così. Il cervello mandava gli ordini a tutte le parti del corpo, nessuna però rispondeva. Eppure non si sentiva paralizzato, percepiva tutta la rilassatezza del suo corpo; se fosse stato paralizzato forse avrebbe dovuto sentire i suoi muscoli trattenuti da qualcosa, mentre essi erano completamente liberi. Provò una sensazione stranissima: si sentì impotente, incapace di qualsiasi cosa, come se fosse in un corpo estraneo, come fosse solamente pensiero, energia pensante e non materia. Era pazzesca una simile idea: il suo corpo era lì, lo percepiva. I suoi occhi vedevano il cielo sopra di lui, la sua schiena era fredda, lo sapeva, per il terreno umido sotto di lui, le sue orecchie ascoltavano i rumori. Allora perché non riusciva a sollevarsi?
“Ti prego, dì qualcosa! Alzati, parlami”, Silvia piangeva disperata, non sapendo cosa stesse accadendo. Vicino a lei, altre persone facevano capannello, tutte fissavano il giovane con sguardo interrogativo; nessuno comprendeva cosa fosse successo. Parlavano tra loro, qualcuno diceva di un malore, un altro ipotizzava che si trattasse di droga. Una ragazza disse che doveva essere un infarto, ma una signora le fece presente che era una persona giovane; lei sì che invece sapeva cosa fosse un infarto: ne aveva avuti ben tre… Una persona disse di non muovere il corpo, perché se si era spezzato la spina dorsale nella caduta, un movimento brusco lo avrebbe paralizzato per sempre. Silvia però non ascoltava queste voci e continuava a chiamare il suo amato, supplicandolo di rispondere.
“Perché piangi? Non devi preoccuparti per me, sto bene, non lo vedi? Adesso mi alzo”.
Le parlava, ma lei sembrava non sentire. Tentò nuovamente di sollevarsi, senza però ottenere alcun successo. Continuava a parlarle, a tranquillizzarla, le diceva parole dolci. Poi gli venne un dubbio terribile: che lei non lo potesse sentire, che le parole che profferiva non uscissero dalla sua bocca? Allora non poteva comunicare col mondo esterno! Il sangue gli si raggelò.
Il suo corpo venne sballottato varie volte ed egli intravide degli infermieri chinarsi su di lui.
“Finalmente c’è qualcuno che è in grado di aiutarmi”, disse o pensò di dire. Non riusciva più a distinguere le parole dai pensieri, tutto era diventato confuso. Capì che lo stavano portando dentro un’autoambulanza.
“Eppure mi sento bene, devo solo cercare di parlare, di muovermi; ecco, sto alzando un braccio. Possibile che non lo vedano? O forse credo di averlo alzato. No, non è plausibile: lo sento alto, non lo posso vedere, ma lo sento. Adesso piego anche le gambe, poi mi alzo. Se anche non posso muovere gli occhi e parlare, almeno capiranno che sono vivo – quest’ultimo pensiero fu il più atroce – Sono davvero vivo?”.
Che certezza aveva di ciò? Tante volte aveva sentito storie circa un distacco dell’anima dal corpo, dopo la morte di questo. Le teorie in proposito erano infinite e tutte assai fantasiose, ora però poteva anche darsi che una di queste fosse azzeccata e che lui ne stesse vivendo la prova concreta.
“Non sono morto, sto respirando, penso, vedo. Sono vivo, glielo devo far capire. Devo fare qualcosa”.
Intanto medici ed infermieri gli stavano attorno con strani strumenti e parlavano in termini strettamente tecnici, che Paolo non riusciva a comprendere. Poi, d’improvviso, non sentì più nulla. Un silenzio assoluto lo avvolse. Mai in tutta la sua vita aveva provato un silenzio tale. Era proprio il Silenzio, un concetto astratto e inimmaginabile che non è nemmeno possibile descrivere: più totale di quello che si può avere nello spazio, poiché teorie scientifiche hanno dimostrato che le galassie emettono suoni.
Paolo fu preda di un senso di solitudine cosmica; non era più parte del mondo che lo circondava, non poteva più comunicare; ed ora non gli giungevano nemmeno i suoni. Chissà cosa si stavano dicendo quelle persone? E se lo avessero riconosciuto morto? Non dovevano assolutamente: lui era ancora vivo, li vedeva; non poteva sentirli ma li vedeva… li vedeva. I medici avrebbero sicuramente trovato il modo di riattivare tutte le sue funzioni; non potevano abbandonarlo così. E poi c’era Silvia, la sua amata Silvia. Lei non lo avrebbe lasciato, non si sarebbe rassegnata. Qualcosa certamente avrebbe fatto; avrebbe… sicuramente avrebbe fatto pressione sui medici, sui genitori, su chiunque, perché non fosse lasciato nulla di intentato.
Ora, sopra di lui, vedeva solo delle luci, luci di una sala operatoria. L’andirivieni di volti di medici e infermieri era cessato. Da quanto, era impossibile dirlo, aveva perso la cognizione del tempo. Il suo sguardo era fisso su quelle lampade. Infine, d’un tratto, fu il buio; il buio più assoluto che avesse mai visto. Cosa era successo? Avevano spento le luci? Probabilmente doveva esserci stata una mancanza di corrente; non era possibile che qualcuno avesse spento la luce in una sala operatoria; presto sarebbe stata riaccesa. Forse invece era stato proprio lui a chiudere le palpebre. Allora voleva dire che si era mosso. Qualcuno se ne sarebbe accorto. E se invece fosse stato qualcun altro a chiudergli gli occhi, magari pensando che fosse realmente morto?
E Paolo, nel suo buio, nel suo silenzio e nella sua immobilità, smise anche di pensare nel modo più assoluto di tutta la sua esistenza, e non seppe più neppure se fosse mai esistito.
(1992)
02 mercoledì mag 2012
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25 mercoledì apr 2012
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